04 novembre 2018

La storia insegna, ma nessuno l’ascolta

Pubblicato in: Financial Advise

Potremmo trarre grandi lezioni dalla storia, ciononostante continuiamo imperterriti a dimenticare il passato (anche recente) e a commettere all’infinito gli stessi errori. Sta succedendo anche sui mercati finanziari, con la nuova “tempesta finanziaria” che sta travolgendo l’Italia: l’innesco è diverso, ma il decorso – a partire dall’impennata dello spread – sembra destinato a replicare fedelmente quanto avvenuto nel 2011.


Cosa sta succedendo?
Complici i timori sulla nuova Legge di Bilancio, già bocciata dalla Commissione UE, e sulla possibile crescita del nostro già elevatissimo debito pubblico, il differenziale tra il rendimento del BTP e del Bund a 10 anni sta salendo nuovamente su livelli pericolosi – per ora intorno ai 300 punti, ma potrebbe salire ancora. Uno spread sui 400 punti, in un’economia come quella italiana fortemente dipendente dalle banche, significa rischiare una paralisi del sistema. In Italia, infatti, il finanziamento delle imprese e dei singoli consumatori passa al 90% attraverso il canale bancario: se questo si prosciuga, tutto rallenta fino a fermarsi.


L’aumento dello spread non è un problema astratto
Semplificando molto, il processo è questo: lo spread sale, i BTP si deprezzano e vanno a penalizzare le banche, i cui bilanci sono tradizionalmente pieni di titoli di Stato. Finché la perdita è minima, tutto è circoscrivibile, ma quando la perdita diventa acuta – come nel caso di uno spread a 400 – gli istituti bancari reagiscono alzando il costo del denaro, riducendo i prestiti alla parte produttiva e ai consumi e, in definitiva, paralizzando l’economia del Paese. È una spirale negativa che si autoalimenta. In altri termini, è recessione. Lo ha spiegato bene l’agenzia di rating Standard and Poor’s nel commento al suo ultimo giudizio (rating confermato a BBB, outlook tagliato a negativo): “La politica economica e fiscale pianificata dal governo ha eroso la fiducia degli investitori, come dimostrato dall’incremento dei rendimenti del debito governativo. Questo sta impattando negativamente sull’accesso degli istituti di credito al mercato dei capitali”, e un ulteriore incremento dei rendimenti potrebbe ridurre la capacità delle banche di finanziare l’economia italiana.


La lezione del 2011
Suona familiare, vero? Forse perché nel 2011 l’economia italiana ha sofferto nel punto più nevralgico e delicato: il debito, i titoli di Stato e di riflesso le banche. Una sofferenza sfociata esattamente in un rialzo dello spread su livelli ancor più alti rispetto agli attuali. In quel caso a salvare la situazione fu la BCE di Mario Draghi, con il programma di quantitative easing e il celebre discorso del “Whatever it takes”. Succederà anche questa volta? La banca centrale sarà in grado di intervenire trovando soluzioni nuove? Di certo sappiamo che le vie della politica monetaria non sono infinite, quindi sarebbe bene se si riuscisse a imparare dal passato per non commettere di nuovo gli stessi errori.


Mercato azionario
Molti investitori e analisti temono che la crescita dell’economia statunitense, tanto brillante negli ultimi anni, sia ormai arrivata al culmine e si aspettano una correzione imminente. Si tratta tuttavia di preoccupazioni che, almeno per il momento, non sembrano rispecchiarsi nella realtà delle cifre, visto che sia l’ultimo dato sul Prodotto Interno Lordo USA sia l’interscambio commerciale tra Cina e Stati Uniti segnalano ancora un’economia in espansione. La realtà attualmente è un’altra, e cioè che con un’inflazione ancora piuttosto contenuta, tassi in crescita ma pur sempre ai minimi storici e un’economia generale che ancora segna un ottimo passo di marcia, per le Borse questo è ancora “il migliore dei mondi possibili”. Ovviamente, non tutte le economie marciano alla stessa velocità e nella stessa direzione, e nemmeno le Borse, per questo negli investimenti è necessaria un’adeguata diversificazione che permetta di diluire il rischio e di cogliere quello che di meglio il mondo è capace di offrire.


Mercato obbligazionario
Qui è la dinamica dei tassi di interesse a tenere banco – e oltre all’entità di rialzi e ribassi, anche il “modo” in cui i tassi salgono e scendono ha la sua importanza. Un aumento senza interventi esogeni, che avviene in modo “naturale”, è un fenomeno positivo, sintomo che l’economia sta crescendo e lo sta facendo accelerando l’espansione, dirigendosi verso la piena occupazione, producendo inflazione, salari in crescita e maggiori consumi. Se però succede che i tassi d’interesse invece di crescere gradualmente vengono “pompati” in modo eccessivo, per di più non a causa di un’espansione economica, allora il sistema produttivo rischia di andare incontro a danni e paralisi. Diverso il discorso per la Fed e i tassi sui Treasury Bond USA dove, in presenza di un tasso di disoccupazione ai minimi storici, un’inflazione sui limiti del 2%, consumi sempre molto sostenuti, produttività intensa e un PIL che viaggia alla velocità di crociera prossima al 4% annualizzato, i tassi d’interesse hanno cominciato un naturale percorso di crescita che ancora è distante dai livelli medi storici. Si chiama processo di “normalizzazione”.


AVVERTENZA LEGALE: questo è un foglio di informazione aziendale con finalità promozionali che riflette le analisi, effettuate da Banca Mediolanum, sulla base dell’attuale andamento dei mercati finanziari il cui contenuto non rappresenta una forma di consulenza nè un suggerimento per gli investimenti.

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