Nominato ufficialmente dal presidente Trump il 2 novembre 2017 per succedere a Janet Yellen, entrato in carica il 5 febbraio 2018, l’attuale presidente della Federal Reserve Jerome Powell si accinge in queste settimane a lasciare la carica: il suo mandato, infatti, scade il 15 maggio 2026. Un finale possiamo dirlo – turbolento, segnato dall’insoddisfazione di Trump (oggi al suo secondo mandato alla Casa Bianca) per scelte di politica monetaria giudicate fin troppo caute, e dai conseguenti tentativi di ottenere un cambio al vertice anticipato.
Il cambio al vertice anticipato non c’è stato, ma è un fatto che la guida della Federal Reserve stia per passare di mano. La designazione di Kevin Warsh, lo scorso 30 gennaio, ha ufficialmente aperto la nuova fase, con i mercati che già da tempo si interrogano sulla linea del prossimo responsabile della politica monetaria statunitense.
Chi è Kevin Warsh e quale potrebbe essere la sua linea?
Cominciamo col dire che Warsh non è un “outsider”: è infatti stato membro del Board of Governors della Fed durante la presidenza di Ben Bernanke, nel pieno della crisi finanziaria globale (2006-2011)(1). In quegli anni, si è distinto per una posizione relativamente critica nei riguardi del cosiddetto “Quantitative Easing” (il set di interventi non convenzionali di politica monetaria messi in atto per stimolare l’economia), esprimendo riserve sul prolungato ampiamento del bilancio della banca centrale.
Warsh ha più volte sostenuto la necessità di ridurre le dimensioni di tale bilancio nel tempo. Di mettere la Fed “a dieta”, insomma. Una posizione che, sul piano teorico, risulta coerente con l’idea di normalizzare la politica monetaria dopo anni di interventi straordinari, ma che può comportare qualche scossone sul fronte della liquidità e della stabilità finanziaria. Nel 2018, giusto per dire, un tentativo di riduzione automatica del bilancio (il cosiddetto “Powell Pivot”) fu accolto da un intenso sell-off del mercato e da una successiva marcia indietro.
Ma se Warsh è un “falco”, perché Trump lo ha scelto?
La dicotomia “falco-colomba” è sicuramente suggestiva, ma certamente non è esaustiva. Si tratta infatti di due etichette che assumono un senso solo in rapporto al ciclo economico: un banchiere centrale può essere favorevole a tassi più alti in una certa fase e a tassi più bassi in un’altra, rimanendo coerente con il suo modello di riferimento. In passato Warsh è parso più incline a un approccio restrittivo, mentre più di recente ha espresso posizioni tendenzialmente più caute. Non è affatto escluso che tagli, anzi: dopo la sua nomina, i mercati dei futures sui Fed Funds hanno incorporato maggiori probabilità di revisioni al ribasso dei tassi di interesse nei mesi successivi.
Iran e materie prime: gli ultimi eventi cambiano lo scenario
Naturalmente, gli eventi recenti hanno riaperto tutti gli scenari. L’intervento di Stati Uniti e Israele in Iran (un Paese, lo ricordiamo, esportatore di petrolio) ha provocato il vigoroso rialzo delle materie prime energetiche, con il greggio tornato ben sopra i 100 dollari USA al barile.
Le regole dell’economia e gli eventi del passato ci dicono che un rialzo così prepotente delle materie prime energetiche determinerà un aumento dei prezzi: alla pompa di benzina, questo si nota già. Un incremento dei prezzi può tradursi in una nuova fiammata inflazionistica. E di fronte a un balzo importante del tasso di inflazione, difficilmente le banche centrali decideranno di abbassare i tassi.
Ciò a cui stiamo assistendo sugli scenari internazionali, insomma, potrebbe indurre la Federal Reserve a non tagliare i tassi di interesse. A dispetto delle posizioni dell’attuale amministrazione USA.
La banca centrale USA dovrà provare la sua indipendenza
Il che ci porta dritti al punto più delicato dell’intera vicenda: l’indipendenza della banca centrale dal potere politico. Sin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1913, la Federal Reserve è stata concepita come un’istituzione indipendente dal potere politico. Un’indipendenza che fino agli anni Settanta è stata puramente formale: di fatto, la banca centrale era esposta alle pressioni politiche. Proprio negli anni Settanta, però, si è consumata la crisi inflazionistica, con un rialzo dei prezzi fuori controllo. Nel 1979, con la nomina di Paul Volcker alla guida della Fed, l’indipendenza operativa è diventata un principio cardine del suo funzionamento, essenziale affinché la Fed potesse gestire con efficacia l’inflazione.
Non è enunciato negli statuti e nei regolamenti, ma è un dato di fatto: tale indipendenza è il presupposto della credibilità monetaria e, di riflesso, della stabilità del dollaro USA, delle attese sull’inflazione e dei rendimenti obbligazionari. Ecco perché la percezione di un’interferenza politica può tradursi rapidamente in volatilità su cambi, metalli preziosi e Treasury. Ed ecco perché ci si chiede quanto Warsh sarà “sensibile” agli appelli di Trump.
Prevedere la Federal Reserve o costruire resilienza?
Per quanto sia forte la tentazione di anticipare le prossime mosse, la storia ci insegna che prevedere le decisioni di politica monetaria è un esercizio a medio-alta probabilità di errore. La via più saggia, per chi investe, non è pronosticare, quindi, ma pianificare. Come? Preparandosi a più traiettorie possibili.
Ciò implica:
- diversificazione per aree geografiche, asset class, settori, duration, emittenti;
- ingresso frazionato sui mercati, per massimizzare le opportunità riducendo l’impatto della volatilità (un fattore mai del tutto eliminabile, come c’è visto anche i primi di marzo);
- disciplina nel ribilanciamento, per trasformare la già citata volatilità in opportunità di riallocazione.
Cambio al vertice anche alla Banca Centrale Europea?
Mentre negli Stati Uniti il cambio al vertice della Fed è imminente, nel Vecchio Continente si discute di una possibile uscita anticipata della presidente Christine Lagarde dalla Banca Centrale Europea (il suo mandato scade nell’ottobre del 2027). Anche qui, tuttavia, al di là delle singole figure, il tema è la credibilità dell’istituzione e la coerenza della sua strategia.
La divergenza o convergenza tra Fed e BCE incide su flussi di capitale, dinamica del cambio euro-dollaro USA e performance relativa fra mercati azionari: un investitore globale deve tener conto anche di questa dimensione, senza però lasciarsi condizionare troppo dalla narrativa. Negli Stati Uniti così come in Europa, la politica monetaria è dipendente dai dati per definizione: è lecito attendersi che inflazione, occupazione, crescita e stabilità finanziaria continuino a guidare le decisioni più di ogni etichetta o appartenenza.
In ogni caso, per chi investe la vera domanda non è su Warsh falco o colomba, ma sulla capacità del portafoglio d’investimento di attraversare più di uno scenario. In una fase di transizione istituzionale e globale come quella in corso, la differenza fra reazione e pianificazione è per l’appunto questa: nessuna scommessa ma un’architettura solida e coerente con gli obiettivi, l’orizzonte temporale e la tolleranza al rischio.
1) federalreservehistory.org
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