15 dicembre 2016

L'opinione del Family Banker: L'esercizio inutile di fare previsioni

Pubblicato in: Economia & Mercati

Con la fine di Dicembre arriva anche il tempo dei bilanci in cui si valutano gli eventi vissuti e si traggono gli insegnamenti utili ad affrontare al meglio l’anno nuovo e i giorni futuri. Viaggiando a ritroso in questo 2016 ormai agli sgoccioli abbiamo solo l’imbarazzo della scelta, essendo stati moltissimi i fatti significativi che consegnano alla storia svolte importanti in ambito politico, economico, sociale, culturale. Alcuni imprevedibili, altri contrari ad ogni previsione. Ma tutti preceduti e accompagnati da un sentimento di preoccupazione spesso sfociato nel catastrofismo. Pensiamo al referendum britannico che ha sancito la Brexit, alle elezioni americane che hanno individuato in Donald Trump il prossimo presidente del primo paese al mondo, fino al referendum italiano dello scorso 4 Dicembre che ha espresso un preponderante “no” alla riforma costituzionale proposta dal governo Renzi. Basterebbero questi tre eventi che qualcuno ha soprannominato il “triplete della catastrofe” per dare il polso del sentimento negativo generato nell’opinione pubblica, ma ci sono stati anche eventi, considerati minori come il tentativo di golpe in Turchia, il virus Zika in Brasile nell’anno delle Olimpiadi e gli attentati negli Stati Uniti, a rincarare la dose alimentando un diffuso senso di pessimismo.
In questo quadro c’è mai stato un momento sicuro per investire secondo i media? Eppure le Borse sono salite, ugualmente, inesorabilmente. E non basterà tirare in campo l’effetto “FOMO”, il “fear of missing out” cioè la paura di rimanere fuori, a spiegare gli attuali e i futuri record di Wall Street per esempio. Quello che a noi preme sottolineare è come tutti gli indici a Wall Street, dopo un inizio d’anno difficile, oggi segnino un guadagno a 2 cifre, in media del 12%. Che l’Europa sia in corale recupero, anche se Piazza Affari è ancora fanalino di coda. Che Londra nonostante la Brexit realizzi un +10%. Che l’Asia abbia superato le preoccupazioni dell’anno scorso e abbia trovato un sostanziale equilibrio. Quello che a noi preme sottolineare è che alla luce dei fatti una strategia di diversificazione che abbia uno sguardo globale rende perfettamente inutile l’esercizio di inseguire ogni previsione alla ricerca di quella giusta.


MERCATI

Azionario

“Dio ha creato gli economisti per far fare bella figura ai meteorologi”, sostiene una cattiva battuta, che oggi dovremmo aggiornare a “Dio ha creato gli economisti per far fare bella figura ai meteorologi e ai sondaggisti” visto che in questo 2016 non hanno propriamente fatto una bella figura. Il 2016 per come si era aperto, caduta del petrolio e delle Borse, sarebbe dovuto essere un anno nefasto per i mercati finanziari. Invece è accaduto il contrario. In maniera totale rispetto al pronostico dei sondaggisti. Ciò che secondo le loro previsioni non si sarebbe verificato lo ha fatto (Brexit, vittoria di Trump, No al Referendum) ciò che invece davano per certo, cioè la catastrofe sui mercati, non c’è stata. O meglio, dopo gli iniziali e fisiologici ribassi, tutto è rientrato nella normalità di lungo termine. Come ha dichiarato Obama dopo l’elezione di Trump: “anche oggi il sole è sorto di nuovo”, noi possiamo dire che nonostante tutto “sui mercati il sole ha continuato a sorgere, così come i rialzi”. Dunque perché c’è stata questa ostinata ricerca da parte degli analisti finanziari di un cigno nero? di un evento scatenante che potesse creare un fragoroso ribasso? Solo ricerca di notorietà oppure assuefazione agli eventi negativi? E’ vero che nella storia dei mercati finanziari la popolarità si trova più facilmente anticipando i crack piuttosto che il contrario. Un caso celebre è stato Elaine Garzarelli: lavorava in Shearson Lehman quando assurse alla fama mondiale anticipando con precisione il crash di Wall Street dell’Ottobre 1987. Da quel momento in poi però tutte le sue previsioni si rivelarono sbagliate, mai più una copertina o un’intervista, nonostante tutto rimase un’analista capace. Stesso copione per Albert Edwards di Société Générale, che a inizio 2008 avvertì “siamo all’inizio di una carneficina”, anche per lui dopo aver anticipato la crisi, da quella data è stato un susseguirsi di previsioni negative smentite da un ciclo di rialzi che si sta rivelando uno dei più lunghi della storia. Un’ostinazione generale orientata alla ricerca di una causa scatenante la bufera che si è dimostrata una fatica inutile, dunque, quando sarebbe stato più facile cogliere le numerose occasioni che questo densissimo 2016 è riuscito a creare. Lo si è voluto vedere come un anno negativo, invece è stato probabilmente uno degli anni in cui si sono create le più grandi occasioni di investimento nella storia recente per tutti coloro che hanno investito con strategia e metodo. A confermare quanto siano stati generosi di opportunità i nostri tempi sono i numeri di una statistica storica: dopo la crisi del 1929, il Dow Jones impiegò ben 25 anni a recuperare l’intero ribasso e i livelli precedenti la depressione. Oggi, dopo la crisi del 2008, che qualcuno ha definito come qualcosa di molto simile a quanto accaduto nel 1929, il Dow Jones per recuperare i livelli precedenti il fallimento Lehman, ci ha impiegato meno di 6 anni. E 8 anni dopo si trova sopra 19.000, il 38% in più. E’ vero non tutte le Borse del mondo hanno recuperato con la stessa forza, ed è altrettanto vero che non tutte le Borse del mondo sono riuscite a recuperare i livelli del 2008, ma è altresì vero che chi è riuscito a comprare in quei momenti di difficoltà, oggi è sicuro di aver fatto la scelta migliore. Il mercato azionario, anche se profittevole, è, come abbiamo sempre detto, quello con i maggiori rischi, proprio per questo non ci stanchiamo di ribadire che la soluzione migliore è sempre quella di diversificare, da una parte per poter cogliere tutte le opportunità che l’intero mondo delle Borse ci offre, dall’altra per poter ridurre al minimo tutti i rischi che questo mondo contiene inevitabilmente. Non può fallire tutto il mondo, se alcune aziende cadranno, altrettante diventeranno i colossi del futuro, è in questa mediazione che si crea il valore nel lungo termine.


Obbligazionario

Tra pochi giorni assisteremo al tanto atteso evento che concluderà l’anno: il secondo e inevitabile aumento dei tassi della Federal Reserve. Ci ricordiamo cosa accadde esattamente un anno fa? Il Governatore della Fed, Jenet Yellen, decise il primo aumento dei tassi d’interesse dopo ben 8 anni di ribassi e di straordinari stimoli monetari. I giornali di tutto il mondo definirono l’evento come “storico”. La reazione successiva fu una caduta, accentuata poi dagli eventi di cui abbiamo sino ad ora parlato. Una reazione eccessiva, scatenata dalla insensata paura che da quel momento in poi avremmo subito una serie di rialzi a catena dei tassi d’interesse. Una paura ingiustificata, in primo luogo perché Jenet Yellen fin dal primo momento ha sempre praticato la pazienza e la prudenza nel percorso dell’aumento del costo del denaro. Secondo perché il rafforzamento del dollaro, e le numerose incognite politiche, sopra più volte accennate, consigliavano grandi riflessioni prima di compiere scelte così importanti e appunto “storiche”. Oggi, un anno dopo, abbiamo avuto conferma sia della saggezza della governatrice, e sia nel definire eccessivo l’allarme in materia di tassi d’interesse e successivi crolli nei mercati finanziari. Le Banche Centrali continuano ad avere la situazione sotto controllo e a lavorare per assicurare agli investitori un mondo finanziario più agiato e profittevole. La pazienza e l’attenzione della Yellen sembra stiano portando lentamente a un definitivo ritorno alla normalità. Una normalità che si traduce in un ritorno della crescita economica e della crescita dei prezzi al consumo, in un’uscita dalla deflazione e in un ritorno dell’inflazione. Normalità che si contraddistingue da tassi di interesse strutturalmente più alti e inevitabilmente nella perdita di valore nei prezzi di obbligazioni a causa di rendimenti maggiori. Come più volte abbiamo scritto lo strumento obbligazionario è composto da una doppia variabile, prezzo e tasso d’interesse, all’aumentare dell’uno scende il secondo e viceversa. Fino a oggi abbiamo assistito al primo caso, ora sembra essere iniziato il viaggio contrario. L’unico modo per rimanere oggi nel mondo obbligazionario senza trascurare il profitto secondo noi è la diversificazione, questa è possibile grazie all’investimento nei fondi obbligazionari, che non solo riducono il rischio dovuto all’aumento dei tassi d’interesse in una parte del mondo, ma dall’altro forniscono cedole che altre obbligazioni, da quelle di paesi con già alti tassi d’interesse e quelle delle società private, oggi sono in grado di fornire. Una diversificazione che in futuro permetterà di reinvestire nei Paesi dove nel frattempo i tassi sono saliti a livelli più adeguati rispetto ai livelli eccezionalmente bassi degli ultimi tempi.

"Non c'è spina senza rosa"

“L’economia andrà per la sua strada, chiunque sieda alla Casa Bianca, i presidenti sono solo delle increspature nel grande mare dei cicli economici.” La saggezza popolare dovrebbe tranquillizzare chiunque si sia sentito in apprensione per l’elezione di Donald Trump e per le sue dichiarazioni in campagna elettorale. Una volta insediato al comando le cose facilmente cambiano, e in ogni caso l’economia ha un suo corso che è guidato principalmente da altri fattori come: progresso tecnologico, demografia, dalla fiducia degli “spiriti animali” e soprattutto dall’inesauribile volontà dell’essere umano di continuare a migliorare e stare sempre meglio. Oltre a questo ci sono altre variabili più tecniche che ci fanno presupporre che un ulteriore miglioramento dell’economia è già in vista. Il primo segnale è arrivato dal Rame, una materia prima che dall’avvento dell’economia 2.0 in poi è stato sempre il termometro del ciclo, ogni volta che il Rame sale significa espansione. Se guardiamo le sue quotazioni, questa materia prima è in fase di forte risalita da ben prima dell’elezione di Trump, e tutt’ora continua ad arrampicarsi. La seconda buona notizia arriva dal Petrolio, e non solo dall’aumento delle quotazioni, ma soprattutto dall’accordo sulla riduzione della produzione nell’ultimo incontro dell’OPEC (l’organizzazione raggruppante i maggiori Paesi estrattori di petrolio), un accordo che è arrivato inaspettatamente perché è stato il risultato di un’intesa tra Iran e Arabia, i Paesi che a inizio anno litigarono scatenando un crollo delle quotazioni, crollo che contagiò tutti i mercati finanziari. Per alcuni, l’ultimo summit OPEC doveva produrre l’ennesimo nulla di fatto, portando così una caduta generale sia di Borse sia di materie prime. L’ennesimo cigno nero mancato. E’ un buon segno se i prezzi delle materie prime risalgono, perché è il significato di una ritrovata fiducia economica. E’ un buon segno perché siamo a prezzi molto contenuti. E’ un buon segno perché siamo in deflazione, e una risalita generale dei prezzi riporterà potere d’acquisto anche ai produttori. Ne riparleremo l’anno prossimo. In un 2017 che ha già un calendario politico elettorale affollatissimo tra Francia, Olanda e Germania. E c’è chi a questo nutrito gruppo di stati fondamentali per l’Euro, intende aggiungere anche l’Italia. La stampa si sta già sfregando le mani in vista dei fiumi di inchiostro che dovrà essere pronta a versare, e anche noi.


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