25 febbraio 2020

Esistono davvero decenni perduti?

Pubblicato in: Economia & Mercati

Tra la fine degli anni Settanta e la fine degli Ottanta il Giappone ha fatto tremare il mondo e, soprattutto, ha messo in discussione la potenza economica degli Stati Uniti. Sì, perché c’è stato un momento in cui è parso vicino a diventare esso stesso la prima potenza economica al mondo.

 

“Crescita” era la parola dominante
Un pensiero molto diffuso negli anni Ottanta, in realtà, anche se non estremizzato come nella terra dei ciliegi in fiore. Le Borse crescono molto, merito del “pensiero reganiano”: fare business, in qualunque modo, anche ricorrendo alla leva finanziaria, tanto, come dice il presidente USA, “il debito è abbastanza grande da badare a se stesso”. Non esiste ancora la globalizzazione, l’Italia è la sesta potenza del mondo, l’Occidente cresce e l’unica fetta di Oriente che concorre con il resto del mondo è proprio il Giappone

Come riesca un Paese da sempre povero di materie prime, uscito dalla Seconda Guerra Mondiale in condizioni disastrose, a diventare potenza mondiale vivendo un vero e proprio miracolo economico si può spiegare solo con le tre caratteristiche salienti del suo popolo:

● Abitudine alla disciplina e allo spirito di gruppo;
● Alto livello di industrializzazione; 
● Preparazione tecnica e stabilità politica. 

A ciò va aggiunta un’efficiente e intensa attività produttiva, che permette al Giappone di superare la grave crisi petrolifera del 1973/1974. Negli anni Ottanta il PIL giapponese supera quello sovietico, la sua industria conquista i mercati di tutto il mondo e la potenza finanziaria comincia a impensierire gli Stati Uniti. L’indice Nikkei nel 1989 raggiunge il record di 40.000 punti. Poi, improvvisamente, nel gennaio del 1990, tutto si blocca.

 

Dopo l’ascesa, la caduta
Solo nel 1990 il Nikkei dimezza il suo valore. La reazione del Paese? Tutti uniti come sempre, disciplinati e composti, non chiedono aiuto. Ed è forse per questo che il Giappone paga negli anni successivi un caro prezzo: una spirale deflazionistica che porta torpore e un certo stato di depressione in tutto il Paese. 

Questo mentre negli anni Novanta il resto del mondo va incontro a una delle più grandi fasi di espansione industriale e innovazione, tra Silicon Valley, web e nascita dell’euro in Europa che consente al continente di diventare una potenza economica che può concorrere con gli USA.

A tutto questo il Giappone non partecipa. E gli anni Novanta verranno ricordati come il “decennio perduto”. 

Qualcosa di simile, su scala maggiore, l’abbiamo vissuto nel 2008, quando l’impetuosa crescita economica degli anni Novanta e l’irruenza finanziaria dei primi anni 2000 sono sfociati in un’esasperazione che prima o poi, com’è nelle leggi di natura, doveva trovare un ridimensionamento. 

I protagonisti? Sempre gli stessi: eccessi immobiliari, bancari e d’indebitamento e impennata delle Borse.

Insomma, il sistema si accartoccia su se stesso: e nel 2008, complice la globalizzazione, il contagio è totalizzante. All’inizio del 2009, commentatori, economisti e investitori cominciano a prefigurare un nuovo 1929. Fortunatamente non succede nulla di quanto temuto. Ma da questa crisi il mondo, malgrado tutti gli sforzi, ancora non è uscito. Anche per l’Occidente il periodo 2009/2019 sarà ricordato come il decennio perduto?

 

Un nuovo “decennio perduto”?
Rischio fallimento dell’Italia, rischio Grexit, Brexit, Isis, elezione di Trump negli States, minacce dalla Corea del Nord, minacce dall’Iran, rischio crack di Dubai, guerra dei dazi fra Cina e USA, rivolta a Hong Kong: tanti piccoli e grandi focolai, ma finora nulla di catastrofico. Se poi usiamo come metro di misura l’economia, notiamo che il divario tra ricchi e poveri cresce, ma anche che molte persone nel mondo sono uscite dallo stato di povertà, che la produzione industriale e la disoccupazione in alcuni Paesi non hanno ancora rivisto i livelli precedenti la crisi, ma che in altrettanti Paesi la disoccupazione è ai minimi e l’economia è in costante crescita. A livello finanziario, nonostante la grave crisi e i suoi effetti collaterali, nonostante tutti i focolai sopra elencati, gli indici di Borsa nella gran parte del mondo non solo hanno recuperato i livelli precedenti al fallimento Lehman Brothers, non solo hanno rivisto i massimi precedenti la crisi, ma ora sono su livelli ben più alti.

 

Dove sono le note dolenti?
A livello geografico, le zone più problematiche sono concentrare in Europa. In particolare, nella parte meridionale. Da un punto di vista settoriale, al rialzo ciclico dell’industria, del lusso, della tecnologia e di tutte le aziende che fanno export si contrappone la debolezza del comparto finanziario, in particolare quello bancario tradizionale. Tuttavia, proprio in questi giorni è uscita la trimestrale di Jp Morgan, che vede numeri in crescita costante. Ma la cifra che più stupisce è quella della capitalizzazione: 430 miliardi di dollari. Numeri ancor più eccezionali se paragonati a quelli delle banche europee: le prime 10, tutte insieme, valgono 378 miliardi di dollari. In barba all’epicentro della crisi del 2008, localizzato proprio negli Stati Uniti. Dunque, non tutto il settore bancario è rimasto in crisi. Tutto il resto, dalla crisi ha avuto un’evoluzione.

 

Per l’Italia è stato un decennio perduto?
In parte. C’è un’Italia che dalla crisi è rinata, ha ristrutturato ed è diventata tra le eccellenze del mondo, e un’Italia, lo si vede dall’indice generale, che di quella crisi porta ancora i postumi.

Ora però si apre un nuovo decennio: gli anni Venti, che come quelli del secolo scorso offrono grandi sbocchi di sviluppo, sia nel settore industriale e sia in quello finanziario. 

● Il primo, con il Green New Deal, vede l’Italia in ottima posizione.

● Il secondo – dove c’è enorme liquidità tuttora in circolo, e a tassi zero – ha grande fame di rendimento ed è in cerca di opportunità. L’Italia in questo caso ne offre una molto vantaggiosa attraverso il canale dei PIR, veicoli che permettono di investire nel nostro immenso microcosmo aziendale in modo strutturale, di lungo termine e ben diversificato. 

Insomma, abbiamo tutte le carte in regola per recuperare un decennio e ottime opportunità di rendimento davanti a noi.


AVVERTENZA LEGALE: questo è un foglio di informazione aziendale con finalità promozionali che riflette le analisi, effettuate da Banca Mediolanum, sulla base dell’attuale andamento dei mercati finanziari il cui contenuto non rappresenta una forma di consulenza nè un suggerimento per gli investimenti.


NOTA DI REDAZIONE : gli argomenti sono frutto di elaborazione interna. 


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