02 novembre 2017

Guardare oltre le apparenze

Pubblicato in: Economia & Mercati

Quali sono gli indizi che ci fanno pensare che la speculazione sia tornata all’attacco?
• Moody’s ha inspiegabilmente riconfermato il rating negativo sulle nostre banche e sulla crescita dell’Italia nonostante i dati positivi che si sono susseguiti nel corso del 2017: le sofferenze bancarie si sono notevolmente ridotte; la crescita economica italiana è doppia rispetto a quanto stimato ad inizio anno e le stesse cifre enunciate da Moody’s siano di 1 o 2 punti percentuali più basse rispetto a quelle di Standard&Poor’s, l’Ocse o il Fondo Monetario Internazionale.
• Il cambio di rotta della vigilanza della BCE sugli NPL. In sintesi, l’addendum alle nuove norme chiede alle banche dell'Eurozona di portare gli accantonamenti sui nuovi crediti deteriorati al 100% a partire dal 1° gennaio 2018. Fattore che da un lato, pur interessando tutte le banche dell’area Euro ha fatto, chissà perché, concentrare la pioggia di vendite sulle nostre banche, e dall’altro pensare che inevitabilmente queste saranno costrette a una maggiore cautela nell’erogazione del credito penalizzando ulteriormente il sistema delle nostre imprese, storicamente dipendente dal sistema bancario.
• Ray Dalio, fondatore di Bridgewater, il più grande fondo speculativo al mondo, ha deciso di vendere allo scoperto i titoli bancari italiani oltre a un’altra manciata di titoli a larga capitalizzazione. In pratica Dalio ha puntato sul ribasso di Unicredit, Intesa SanPaolo, Banco BPM, BPER Banca, Generali, Ubi Banca, Prysmian, Azimut, Enel ed Eni, cioè sulla gran parte del gotha italiano presente a Piazza Affari.
Tre indizi dunque che potrebbero indurci a pensare che la speculazione sia pronta a colpirci e ributtarci nel tunnel della crisi se non fosse che oggi abbiamo già una soluzione: i PIR.

Se da un lato è indubbiamente vero che il sistema bancario italiano continua nel lento programma di riabilitazione e che molti istituti finanziari continuano a essere in difficoltà, è altrettanto vero che tutte le volte che viene fatto un passo verso l’uscita dalla crisi si frappone un nuovo ostacolo. Per le imprese italiane, legate a doppio filo al sistema bancario nazionale per i propri investimenti, è giunto il momento di attuare un’inversione di rotta. È il momento infatti di eliminare l’ancoraggio a un sistema “bancocentrico” che il resto del mondo ha già superato per trovare nuovi canali di credito. I PIR non solo sono la novità, ma anche la soluzione. Per le imprese italiane, per i risparmiatori, per le banche e per il sistema paese. A fine settembre, cioè solo dopo 7 mesi di vita, la raccolta in PIR ha segnato quota 7 miliardi di euro, battendo ogni più ottimistica stima fatta al momento del loro lancio. Cifre che si sono già tradotte non solo in semplici rivalutazioni di borsa dei titoli che fanno parte dei settori a cui i PIR sono dedicati, ma anche in termini di notorietà. Molte aziende fino a pochi mesi fa sconosciute ora si trovano agli onori della cronaca anche per acquisizioni fatte su aziende oltrefrontiera. Anche questa volta Banca Mediolanum ha scelto di essere tra i principali attori di questa svolta epocale emettendo propri strumenti creati per cogliere appieno i benefici di questa innovazione, uno per ogni categoria di investimento, sempre secondo la filosofia della diversificazione, e fino a oggi i numeri sono inequivocabili: una raccolta di 1 miliardo e 800 milioni di euro. Ma non solo, Banca Mediolanum ha deciso di investire tempo e mezzi in un tour a tappe che sta percorrendo tutto il nostro Paese, da Nord a Sud, per spiegare i vantaggi che i PIR possono portare alle nostre piccole e medie imprese. Le imprese italiane meritano di uscire da un sistema penalizzante che, soprattutto negli ultimi anni, le ha impantanate in una recessione lenta, lunga e logorante, e accedere a canali di finanziamento diversi, per modernizzarsi e diversificare. Meritano di comprendere come alcuni strumenti offrano l’occasione per cambiare il proprio futuro e insieme quello di un paese in quanto rappresentano un circolo virtuoso favorevole a tutti: imprese, risparmiatori, Stato, collettività. Una volta capito questo potenziale le preoccupazioni per le scelte di Francoforte o gli arrembaggi provenienti da Wall Street saranno molto, molto meno preoccupanti.



Mercati
19 Ottobre 1987. Sono passati 30 anni dal “Black Monday” che sconvolse la finanza, e ancora non si è capito con certezza cosa abbia provocato il più clamoroso crollo della Borsa di New York della storia, più di quanto si è visto nella recente e grave crisi finanziaria del 2008 e molto più profondo delle peggiori sedute che hanno caratterizzato i momenti bui della grande depressione del 1929. Il Dow Jones chiudeva con un -22,8% al suono della campanella che chiudeva le contrattazioni di quel lunedì nero. Un inizio di settimana che in quei concitati momenti pareva essere la fine del mondo. Alcuni pensano che la causa sia stata il dato sul deficit commerciale USA a livelli insostenibili, altri l’aumento dei tassi d’interesse tedeschi, altri ancora le tensioni sul petrolio a causa dell’Iran. Eppure l’economia era in piena forma, la crescita era robusta e anche le borse brillavano, tanto che da inizio anno fino a quel giorno la borsa di Wall Street aveva accumulato un rialzo superiore al 40%. Fino a oggi, nessuno ha la prova concreta di quale sia stata la causa, quello che si ricorda con certezza è il panico che ne derivò e la disperazione sui volti tanto degli operatori di professione (molti furono costretti a chiudere bottega per sempre) quanto dei piccoli risparmiatori. Si racconta che quel lunedì, nel dopo borsa, al Norh Star Pub, uno dei locali nei dintorni di Wall Street, per consolare gli operatori le birre vennero vendute con il 22,8% di sconto, la percentuale equivalente al ribasso del Dow Jones.

Il Lunedì nero fu per tutti gli investitori un giorno drammatico?

Non lo fu per Warren Buffett, ad esempio, tanto che nella sua “lettera agli azionisti” del 1987, l’evento non è nemmeno accennato. L’unica cosa che si conosce, di quel giorno, è che Warren Buffett comprò altre azioni Coca Cola, società di cui era già il maggiore azionista. Un acquisto che a distanza di anni gli portò una plusvalenza superiore al 1500%. L’indice Dow Jones in questi 30 anni si è rivalutato più del 900%.


Obbligazionario
Gary Shilling è uno degli economisti più apprezzati in America, due volte segnalato come migliore economista a Wall Street e divenuto famoso grazie alle previsioni sull’andamento dei tassi d’interesse USA, per aver anticipato la bolla Internet e successivamente anche quella sui mutui subprime. Secondo Gary Shilling l’inflazione non sarà più un problema: non c’è e non ci sarà più. Nella sua teoria sembra però non tenere in considerazione, o tenerne conto solo superficialmente, dell’enorme quantità di denaro che è stata immessa nel sistema negli ultimi 8 anni. Denaro che può accelerare la corsa dei prezzi. Shilling ha raggiunto la sua fama negli anni ’80, partendo da un picco dell’inflazione quando i tassi d’interesse ovunque nel mondo occidentale erano a due cifre. Oggi ci troviamo dalla parte opposta, con una quantità di denaro che è stata versata per innaffiare un sistema economico che oggi, grazie a questa liquidità e a una ritrovata fiducia, sta ritornando a essere rigoglioso, a riaccendere uno a uno tutti i motori, e che vede una rivoluzione nei processi di produzione, nell’utilizzo delle fonti energetiche e che sta accompagnando alla piena maturazione di economie fino a qualche anno fa considerate emergenti e che oggi possono definirsi ormai emerse. Un piano, quello attuato in emergenza dalle grandi banche centrali, che dopo 8 anni può considerarsi ormai compiuto. Anche la BCE, dopo la Fed, è pronta a ridurre via via fino a esaurimento, il piano di stimoli monetari. Continuare a investire su titoli di stato con rendimento nullo, se non addirittura negativo, in una fase in cui le banche centrali cercano l’inversione di rotta, sembra quantomeno un azzardo.


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