19 dicembre 2019

Un anno se ne va: quali eventi hanno animato i mercati nel 2019?

Pubblicato in: Economia & Mercati

Abbiamo iniziato il 2019 con una bella matassa di storie, eventi e appuntamenti in mano, e ci accingiamo a concluderlo avendone sbrogliata solo una parte assai modesta. Dai dazi alla Brexit, dai rapporti Italia-Europa alle tensioni geopolitiche sparse un po’ ovunque nel mondo: proviamo a fare una panoramica dei fatti principali che hanno animato i mercati quest’anno.


Il lungo anno dei dazi
Tra annunci di un accordo “sempre più vicino” e attacchi incrociati anche importanti, ancora nessuna intesa commerciale Stati Uniti-Cina. È data per imminente la cosiddetta “Fase 1”, riguardante agricoltura, servizi finanziari, tutela della proprietà intellettuale e valute, ma il vertice Apec di metà novembre nel contesto del quale i presidenti Trump e Xi avrebbero dovuto firmare questa intesa preliminare è saltato per via dei disordini interni al Paese ospitante (il Cile). La guerra commerciale non è stata finora priva di effetti. Tra luglio e settembre, in Cina, la crescita si è attestata al 6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: è il dato più basso dal 1992. Da parte delle autorità cinesi, gli sforzi per supportare l’espansione del PIL non conoscono sosta. La batosta dei dazi non ha risparmiato l’Europa: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ha dato agli USA il nullaosta per l’imposizione di dazi sui prodotti europei, come “risarcimento” per gli aiuti di Stato ad Airbus. I balzelli sono scattati venerdì 18 ottobre. Germania, Francia, Spagna e Regno Unito i Paesi più colpiti. Ma c’è anche l’Italia, con pecorino, parmigiano e altri prodotti nostrani finiti nel mirino. Adesso si attende la decisione della WTO sui presunti aiuti di Stato USA alla Boeing. Attesi infine aggiornamenti sulle auto europee, che però potrebbero scamparla.

 

Fusioni a quattro ruote
In primavera Renault ha ricevuto una proposta di fusione da Fiat Chrysler Automobiles, ma non se n’è fatto niente per via dell’opposizione degli azionisti di Renault (Stato francese e soci giapponesi). A fine ottobre il gruppo PSA (che controlla i marchi Peugeot, Citroen e Opel) e FCA hanno detto sì a una “piena aggregazione dei rispettivi business” tramite fusione paritetica: gettate così le basi del quarto costruttore mondiale di auto. 

 

La Brexit che non c’è stata
All’approssimarsi del 29 marzo senza un accordo, si sono intensificati i timori di un’uscita disordinata del Regno Unito dall’UE. Senonché, dopo un primo rinvio, al vertice straordinario di aprile tra i 27 Stati UE e Londra si è concordata un’ulteriore estensione al 31 ottobre. Così, il Regno Unito ha partecipato alle elezioni europee di fine maggio: il Brexit Party di Nigel Farage ha raccolto oltre il 30% dei voti, mentre per i Conservatori c’è stato il crollo. Il 24 maggio, l’ex primo ministro Theresa May ha annunciato l’addio alla guida dei Tories e a Downing Street. In entrambi i ruoli l’ha sostituita Boris Johnson, promettendo Brexit a tutti i costi a fine ottobre. Ma c’è stato un ulteriore rinvio, al 31 gennaio 2020. Johnson, per nulla felice, ha chiesto e ottenuto il voto: il ritorno alle urne è fissato per il 12 dicembre.

 

A proposito di elezioni europee
Ottima la prova delle forze di nuova formazione, non tutte di ispirazione anti-europeista, a scapito dei partiti storici. Nazionalisti e sovranisti stavolta non sono riusciti a ribaltare a loro favore la maggioranza del Parlamento UE. Sullo sfondo, una crescita economica che langue: nel terzo trimestre, l’area euro ha confermato il ritmo di espansione registrato tra aprile e giugno, ossia +0,2%. Ultime ruote del carro Italia e Germania, con un +0,1% appena. La Germania ha comunque schivato l’ingresso in recessione dopo il -0,2% del secondo trimestre.

 

Italia tra Conte e Conte-bis
Con la Legge di Bilancio 2020 ancora tutta da costruire, in pieno agosto il governo giallo-verde è giunto al capolinea. Ha quindi preso forma il nuovo esecutivo M5S-PD, anch’esso presieduto da Giuseppe Conte. L’alleanza tra M5S e sinistra filo-europeista ha ottenuto il beneplacito degli investitori: lo spread BTP-Bund è significativamente sceso dai livelli che erano oramai diventati consueti, salvo riprendere quota a novembre, nel pieno della crisi ex Ilva, che ha gettato pesanti ombre sulla tenuta del governo. Finora, comunque, le agenzie di rating hanno “graziato” l’Italia: ci avviamo alla chiusura dell’anno mantenendo il BBB di Standard & Poor’s e di Fitch e il Baa3 di Moody’s.

 

Banche centrali di nuovo accomodanti
La BCE ha rilanciato le Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO), operazioni mirate a far arrivare credito a imprese e famiglie, dopodiché ha tagliato i tassi sui depositi al -0,50% e rilanciato il Quantitative Easing, con acquisti per 20 miliardi di euro al mese da novembre. Adesso – ha sottolineato l’ex presidente Mario Draghi, che a fine ottobre ha lasciato l’ufficio di presidenza a Christine Lagarde – la palla deve passare ai governi, chiamati a realizzare adeguate politiche fiscali. Anche la Fed ha tagliato i tassi, ma con cautela. Troppa, secondo Trump, che non ha perso occasione per ribadire al presidente della Fed Jerome Powell quanto sia deluso e insoddisfatto. Il generalizzato atteggiamento accomodante delle banche centrali ha contribuito al calo dei rendimenti dei bond decennali in molti Paesi: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Olanda, Svezia e Svizzera sono scesi sotto zero. Pronta ad approfittarne per collocare sue emissioni la Grecia, che a novembre si è distinta per il “sorpasso” sull’Italia: giovedì 7, i tassi dei titoli a 10 anni di Atene sul secondario sono andati sotto quelli dei BTP di pari durata, cosa che non succedeva dal 2008. “Sorpasso” anche su altre scadenze.

 

Uno sguardo alle materie prime
Dopo un buon primo semestre, le quotazioni di Brent e WTI hanno iniziato un ripiegamento, complici le previsioni sulla domanda mondiale in calo. E così, tra alti e bassi, fino a fine anno, fatta eccezione per la fiammata di metà settembre dopo gli attacchi con i droni a due impianti sauditi. L’oro si è riscoperto bene rifugio: i primi di agosto le quotazioni hanno superato i 1.500 dollari l’oncia per la prima volta da sei anni.


NOTA DI REDAZIONE: gli argomenti sono frutto di elaborazione interna.
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