17 novembre 2016

L'opinione del Family Banker: Notizie dall'America

Pubblicato in: Economia & Mercati

Donald Trump è il Presidente entrante degli Stati Uniti d’America. Ha vinto le elezioni contro ogni pronostico, e contro ogni pronostico sui mercati non è successa nessuna catastrofe. Le interpretazioni possono essere molteplici, lo sono state e lo sono tuttora, noi proviamo a trovare l’essenziale: Trump ha vinto e alla sua vittoria si aggiunge anche quella del partito repubblicano sia alla camera sia al senato, questo toglie di torno l’incertezza, cioè la variabile più ostile ai mercati. Un secondo importantissimo elemento è che da presidente, Trump, ha scelto di esprimersi con toni più pacati rispetto a quelli usati durante la propaganda elettorale ovviamente orientata a conquistare gli elettori, quanti più elettori possibile. Dunque le elezioni sono concluse, ora c’è un vincitore certo che, abbandonate le promesse “bellicose” della campagna elettorale, ora passa alla fase di concretezza. Questo è quel che piace ai mercati.

Mercati

 

Azionario
Gli obiettivi che più interessano alla presidenza Trump sono essenzialmente due: un grande piano di investimenti infrastrutturale e il taglio delle tasse. Entrambi implicano un’enorme sforzo di bilancio, questo vuol dire che si spenderà e si spenderà per dare finalmente un’accelerata a questa ripresa, sia per gli Usa sia per tutto il mondo, che fino a oggi c’è stata, ma ha avuto una velocità troppo moderata. Sembra arrivato lo storico passaggio del testimone, dopo molti anni di gloriosa campagna monetaria, dove sono state le Banche Centrali a sostenere il gravoso peso della ripresa con tagli dei tassi e stampaggio di moneta, ora tocca al bilancio degli Stati fare quello sforzo per mettere il turbo alla ripresa. Tutto questo si tradurrà con nuovi enormi benefici per le Borse. L’obiettivo della presidenza Trump è quella di raddoppiare la crescita economica e aumentare notevolmente i posti di lavoro, a cui inevitabilmente seguirà una crescita dei prezzi al consumo. L’inflazione sta per tornare. Questi elementi spingono inevitabilmente a valutare le azioni come il miglior luogo dove allocare i propri risparmi. Ovviamente, con questi nuovi stimoli, potremmo assistere a una rotazione settoriale, alcuni settori che fino a oggi erano cresciuti molto, lasceranno spazio ad altri che fino a oggi erano rimasti in coda, ed è proprio in questi momenti che la diversificazione si dimostra essere la migliore alleata del risparmiatore, permettendo così di cogliere tutte le grandi opportunità che il mercato azionario offre. Warren Buffett che di Trump ha ammesso non essere un ammiratore, il giorno dopo l’esito elettorale si è dichiarato ostinatamente positivo sui mercati azionari: “Tra 10, 20 e 30 anni l’azionario sarà su livelli più alti. Sia che ci fosse stata Hillary, sia che ci sia Trump, insomma, non cambierà nulla”.


Obbligazionario
Quanto può durare l’irrazionalità?
Quanto può durare un’economia in espansione con tassi d’interesse che rimangono ancorati allo zero? 
Non può durare all’infinito, un ciclo economico di crescita, prima o poi deve essere accompagnato da una politica di tassi d’interesse in aumento. Che è un po’ come guardare il cielo dalla finestra: si vedono le nuvole grigie, fitte e minacciose, si sa che prima o poi pioverà, ma ancora non cade una goccia. Cosa fare? Uscire di casa o aspettare? Il tempo passa e non piove. Le reazioni a quel punto sono diverse: c’è chi non esce finché non è piovuto, c’è chi esce senza protezione sfidando il tempo, e chi invece con ombrello e impermeabile affronta quanto deve accadere, ma è preparato. Tre diversi comportamenti che si rispecchiano nell’investitore: il primo è quello che non agisce perdendo le occasioni, il secondo quello che agisce ma troppo frettolosamente e senza l’assistenza di un professionista e il terzo è colui che agisce ma attentamente e con le dovute precauzioni. Per mesi, se non anni si è seguita l’idea di guardare alle future mosse delle Banche Centrali, perché solo da quel versante sarebbero arrivate le indicazioni e gli alert sulle decisioni in materia di tassi e quindi di movimenti obbligazionari, poi è arrivato l’imprevisto e l’imprevedibile e i tassi relativi ai titoli di stato si sono mossi bruscamente. Non per le azioni dei banchieri centrali dunque ma in seguito a un evento elettorale: la vittoria di Trump ha fatto fare un balzo verso l’alto ai tassi di tutto il mondo. E’ arrivata la pioggia. Ma mentre la maggioranza era concentrata e attenta nell’analisi logica dei comunicati delle banche centrali, la mossa decisiva è arrivata dalla politica, mossa che ha colto molti investitori in contropiede. Molti ma non noi, che da molto tempo su queste pagine abbiamo avvisato che l’irrazionalità dei tassi zero sarebbe finita. Ed è da molti mesi che abbiamo consigliato una protezione sul portafoglio obbligazionario con l’uso della diversificazione sui relativi fondi. Fondi obbligazionari che avrebbero protetto da imprevisti come quest’ultimo accaduto senza far mancare il flusso cedolare. Ora, con le prospettive di tassi d’interesse in crescita che si stanno concretizzando, sarà possibile in futuro cogliere nuove occasioni sul mercato del debito, con prezzi via via più vantaggiosi e con tassi finalmente più remunerativi.


Valutario
Uno degli effetti più evidenti sui mercati finanziari, successivi all’elezione di Donald Trump, oltre ai movimenti sulle Borse e al rialzo dei tassi d’interesse, è stato il notevole movimento del Dollaro su tutte le valute internazionali, Euro compreso. Sembra che tra i punti del programma Trump effettivamente realizzabili, ci sia quello di uno “scudo fiscale”, un enorme rimpatrio di capitali e dei profitti realizzati dalle grandi multinazionali americane in tutto il mondo, e che ora, a tassi probabilmente agevolati, faranno ritorno negli Stati Uniti. Una mossa, che se diventerà legge avrà, come già successo nel 2005 con l’amministrazione Bush, sicuramente l’effetto di rafforzare il Dollaro. Secondo il programma Trump un enorme rientro di capitale, a livello pubblico, grazie alla tassazione, potrà finanziare il programma espansivo economico e al tempo stesso, a livello privato, potrà produrre investimenti e conseguentemente nuovi posti di lavoro.

 

"Non c'è spina senza rosa"

4,9% è il numero che la presidenza Obama lascia in eredità: 4,9% e l'ultima rilevazione del tasso di disoccupazione USA prima delle elezioni. 
È un buon dato?
Per capirlo bisogna salire sulla macchina del tempo e fare un viaggio nel passato, tornare al 2009, all’anno zero dopo la grande crisi finanziaria in cui l’immagine degli scatoloni portati in braccio dagli ex dipendenti Lehman era il simbolo scelto da molti per indicare la fine del turbo-capitalismo, della ricchezza facile, delle disparità e del tipo di finanza che dominava la società. L'economia USA era in ginocchio, Pil negativo e recessione grave, e con un “peggio” ancora di là da venire in quanto secondo le stime di autorevoli economisti, tra i quali il notorio Nouriel Roubini, il rischio era di finire in depressione. Lo spettro era un nuovo 1929. Quest’idea di catastrofe imminente è stata la spinta che ha portano l’Obama Hope a entrare alla Casa Bianca. Il punto più basso toccato dal tasso di disoccupazione è avvenuto il 2 Luglio del 2009, per i media dell’epoca il 9,5% sarebbe stato il primo di una lunga serie di record negativi ancora da vedere. In pochi ricordano che il dato sulla disoccupazione, nell'infinita costellazione di dati economici, è sempre l'ultimo a peggiorare nelle fasi recessive, e sempre l'ultimo, come in questo caso, a ripartire nelle fasi di espansione economica. Dal 9,5%, quasi il doppio rispetto a oggi, in poi sarà una discesa strutturale, e addio agli incubi di un nuovo 1929. Quello della disoccupazione è un ottimo dato, ma non è il solo a comporre l'eredità che lascia Obama.


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